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Storia del Borgo Villa Ficana

Toponimo antico, Ficana, forse etrusco, diffuso su tutta la penisola italica, ed attestato a Macerata dal catasto del 1268, dove si nomina il borgo detto “la ficana” costituito da casette in terra cruda, diffuse nel territorio tanto che lo storico Foglietti ci informa che “la distruzione di un atterrato comportava a Macerata la multa di cento soldi, oltre il risarcimento del danno” (Foglietti, 1885).

La crescita economica ed urbanistica della città all’interno delle mura determinò l’abbandono del primo nucleo insediativo e Ficana ridivenne campagna. L’epoca di rifondazione dell’odierna Ficana risale al XIX secolo e potremmo fissarla al 1862, data incisa su un mattone inserito nel muro in terra cruda di un’abitazione tutt’ora esistente.

In effetti, negli anni 1808‐1815,al tempo della rilevazione napoleonica, la contrada Rotacupa o Santa Croce appare non edificata, mentre nella mappa del catasto gregoriano “corretta ed aggiornata secondo le variazioni rilevate nei fabbricati a tutto il mese di ottobre 1874” Ficana si presenta esattamente come la possiamo vedere oggi: su un’area di 7000 metri quadrati sorgono alcune schiere di case composte da quattro o cinque unità abitative, dalla pianta quadrata o leggermente rettangolare, per un totale di circa cinquanta abitazioni.

“All’epoca l’area apparteneva quasi per intero a tre piccoli proprietari terrieri che a partire dal 1850, fiutato l’affare, iniziarono a farvi edificare case d’affitto “costruite con terra mista a paglia che volgarmente dicesi a maltone, con stipo pei suini isolato e posto di fronte all’ingresso di casa”. Del resto, il fenomeno era già chiaro anche ai relatori dell’Inchiesta Jacini:” i proprietari di queste case di terra – scrive Ghino Valenti – sono generalmente agricoltori i quali divenuti possessori di un frustolo di terra ve le edificano, ricavandovi con tal mezzo un reddito maggiore di quanto avrebbero potuto coltivandolo”. (Atti della giunta,1884)

Questa speculazione fondiaria ha successo perché risponde alla vivace domanda insediativa di un gruppo sociale in forte espansione e ben presto vengono edificate oltre cinquanta abitazioni disposte a schiera parallele.

Nel 1875 nel “Casale Ficano o Ficana” risultano insediate 51 famiglie di pigionanti, 13 delle quali hanno come capofamiglia una donna, per un totale di 227 persone tutte definite “poveri di condizione”, in gran parte giornalieri e casanolanti. Sogno di ogni casanolante era diventare proprietario della casa dove abitava a pigione. Un sogno non irrealizzabile se, già nel 1875 a Ficana, alcuni inquilini comprarono dal proprietario Giovanni Francalancia (che ne aveva fatte costruire 13) le case di terra che avevano in affitto. Ottavio Cipriani nel 1875 compra due case contigue che però poco dopo la sua vedova è costretta a vendere ad un carrettiere. Nel 1877 Benedetto Cecchi (sempre di Ficana) acquista per 1,550 lire “un appezzamento di terra con fabbricato a maltone diviso in 5 case d’affitto con stipi pei suini”. A partire da questa data si verifica un frenetico movimento di proprietà; notevole era infatti la massa fluttuante dei nullatenenti che, vivendo esclusivamente del proprio lavoro più o meno instabile, varcano la soglia della povertà ogni qual volta la disoccupazione o il rialzo del costo dei generi di prima necessità, rende loro impossibile il sostentamento.

Le casette a due piani sono alte non più di cinque - sei metri ed il piano terra non supera i due metri; per entrare bisogna chinarsi e all’interno la cucina è una stanza di appena tre metri per due. Fra i vicoli deserti i rumori della città giungono ovattati, persino il rumore dei propri passi disturba e la voce, istintivamente, si abbassa per non infrangere il silenzio. Questo borgo irreale è fuori dal tempo. (A.Palombarini ‐ G.Volpe La casa di terra nelle Marche)

Ex Voto

Del passato di Ficana abbiamo una rara testimonianza iconografica, un ex voto, datato 23 agosto 1891, donato ad una chiesa della città in occasione dello spegnimento di un incendio (attualmente è custodito presso il tempio maceratese della Madonna della Misericordia).

L'immagine ci mostra la strada di ingresso al quartiere, la stessa attualmente percorribile, ed alcune case con scala esterna e tipica loggetta.

ex voto ficana

Ex Voto del 1891

Gli incendi a Ficana erano in passato molto frequenti. Le donne del quartiere erano molto spesso lavandaie. Esse, per scaldare l'acqua per il bucato e ottenere la cenere necessaria per la "lisciva", usavano, oltre alla pregiata legna, foglie secche, di facile reperibilità perché la loro raccolta era tollerata anche nelle proprietà private. Le foglie, bruciando provocavano grosse fiammate, appiccando spesso il fuoco ai piccoli capanni dove le operazioni venivano svolte. Bastava poco però ad avere ragione degli incendi.

Da qui un modo di dire diffuso in città: essere "come li fochi de Ficana", per indicare cose o persone che sembrano rappresentare grosse minacce, ma di cui con poco si ha ragione.

I Casanolanti

Così erano chiamati nell’area marchigiano‐romagnola gli “abitanti delle case a nolo” ossia i braccianti che vivevano in affitto, non potendo permettersi un’abitazione propria. Erano per lo più lavoratori stagionali senza contratto, senza terra di proprietà, poveri che non avevano un ruolo definito nel ciclo produttivo delle campagne.

Estratto dal testo “Casanolanti – braccianti e giornalieri di campagna tra Marche e Romagna” di Augusta Palombarini:

Nella seconda metà del ‘700 prese piede infatti una nuova classe sociale formata da gente di campagna, che viveva di espedienti in attesa di trovare un lavoro nei campi. E’ nell’inchiesta Jacini che per la prima volta la “casa di terra” viene definita “l’abitazione del giornaliero”.
“Generalmente il bracciante abita in case costruite con impasto di paglia e terra ad un solo piano, non per se stesse malsane, ma spesso per imperfetta costruzione e perché di poca durata ridotte al punto da non essere più nemmeno valida difesa contro il vento e la pioggia. Ma le case peggiori sono quelle che usano in alcune parti del nostro territorio, costruite con paglia commista con terra fangosa e mata, case che dicansi “atterrati”. Esse sono abbastanza comuni nelle zone di collina e di pianura. Sono invece poco frequenti o mancano affatto nella zona montana o submontana”. (S. Jacini ‐ Atti della giunta per la Inchiesta Agraria e sulle condizioni della classe agricola – 1884)
Anche se le pessime condizioni abitative riguardavano soprattutto le case in terra, non c’era molta differenza tra queste e quelle in mattoni cotti. I borghi dei casanolanti sono tutt’ora facilmente riconoscibili indipendentemente dal materiale di costruzione usato, per lo più scadente e di recupero, perché contraddistinte da schiere di case a due piani, di piccole dimensioni, divise in unità abitative di due o quattro stanze collegate da scale interne o esterne. Spesso nel retro delle abitazioni c’è un piccolo orto o lo stalletto del maiale.
Le cattive condizioni abitative e igieniche del bracciante denunciate dall’inchiesta non dipendevano dal materiale costruttivo, ma da altri fattori, comuni per lo più a tutti i borghi dei casanolanti, quali l’affollamento e la coabitazione di più nuclei familiari, la promiscuità di uomini ed animali, l’accumulo di letame e immondizie.

Quanto guadagnava un casanolante?

Va tenuto in considerazione che in queste famiglie era indispensabile integrare più redditi per raggiungere la sussistenza, impiegando nel lavoro anche mogli e figli. Secondo i calcoli effettuati da Girolamo Allegretti, un casanolante poteva guadagnare in media in un anno 23,40 scudi; a questi si possono aggiungere gli scudi guadagnati dalla moglie (pagata a tariffe più basse di quelle maschili), arrivando a 36,50 scudi e ad una disponibilità giornaliera di 10 baiocchi. (Lo scudo è stata la valuta dello Stato Pontificio fino al 1866: era suddiviso in 100 baiocchi, ognuno di 5 quattrini. Altre monete erano il grosso di 5 baiocchi, il carlino da 7 ½ baiocchi, il giulio e il paolo entrambi da 10 baiocchi, il testone da 30 baiocchi e la doppia da 3 scudi)

Cosa si poteva comprare nel 1860 con 10 baiocchi?

1 baiocco = nolo di casa + focatico (imposta)
9 baiocchi = 2 kg di grano

La razione ottimale di un lavoratore era di 1 kg di pane al giorno; una famiglia di 4 persone doveva quindi accontentarsi di ½ razione a testa. Se volesse mangiare altro oltre il pane, il casanolante dovrebbe lavorare:

1 giornata = 1 kg di carne o baccalà
2 giornate = 1 kg di zucchero o di porchetta
3 giornate = 1 kg di olio

Per tirare avanti in questa situazione il casanolante si ingegna, con modi più o meno legittimi: raccogliendo legna, erbe lungo le vie e burroni, ingrossando il suo fascio con il fieno di qualche campo privato. Ai bambini era affidata la raccolta del letame abbandonato per le strade dalle bestie: il letame era molto importante, era ritenuto bene di grande valore nelle pratiche agricole, per concimare.

Dunque, l’arte di arrangiarsi dei casanolanti consisteva nell’integrare i redditi percepiti dai membri della famiglia: il marito lavorando a giornata in campagna, la moglie facendo la lavandaia o la filatrice, i figli raccogliendo erba, letame, stracci, mentre i vecchi tiravano avanti la casa e i bambini più piccoli. Se la salute li assisteva potevano mettere qualcosa da parte per comprare la casa in cui vivevano o fare la dote alle figlie. Uscire dallo stato di povertà era dunque possibile, fosse pure per diventare proprietario di una casa di terra.

Con il sovrappopolamento e la fame dilagante, i proprietari terrieri decisero di porre un freno alla proliferazione dei lavoratori controllando direttamente i matrimoni dei mezzadri: ci si poteva sposare e riprodursi solo se era necessario per sostituire dei lavoratori. Solo pochi però erano disposti al “celibato forzato”, preferendo lasciare il lavoro, anche a costo di diventare “casanolanti”. Inoltre, la condizione di casanolante rendeva difficile comunque il matrimonio perché non si possedevano i requisiti fondamentali per mettere su famiglia: un lavoro sicuro e una casa.

Anche i matrimoni misti erano ostacolati e l’espansione ottocentesca di gruppi sociali marginali come braccianti e casanolanti crea i presupposti per un’alta natalità illegittima. Inoltre, le condizioni abitative (sovraffollamento, coabitazione) rendevano impossibile la riservatezza degenerando anche in casi di violenza sessuale e gravidanza illegittima.

Esemplare la vicenda di Domenica, una campagnola di 26 anni abitante in un atterrato nella Parrocchia di S. Lucia di Fermo, dove i casanolanti erano particolarmente numerosi, insieme ai genitori e ad altre 4 sorelle e due fratelli: nove persone stipate in due stanze. Quando, nel 1860, rimane illegittimamente gravida per colpa del colono Raffaele suo vicino di casa ora emigrato nell'Agro romano, per non dare scandalo si ritira in casa di un'altra casanolante, che a sua volta aveva subìto la stessa violenza e che è disposta ad ospitarla dietro compenso ed a portare il bambino che nascerà al brefotrofio di Fermo.

Miseria, promiscuità, coabitazione alimentavano la cattiva fama dei casanolanti, ed in particolare delle loro donne. Ecco dunque confermati, sei secoli dopo, tutti gli stereotipi incarnati già dalla abitante dell'atterrato di Cascioli (In un testo letterario della metà del Duecento, noto come Canzone del Castra, citato da Dante nel De vulgari eloquentia, si descrive un atterrato situato a Cascio/i, probabilmente una località del Fermano vicina all'odierna Casette d'Ete, dove avviene un incontro amoroso tra la spregiudicata abitante dell'atterrato e un giullare di passaggio. Sulla Canzone del Castra si veda F. ALLEVI, L'atterrato nella Canzone del Castra e in altre attestazioni coeve, in Insediamenti rurali cit. ‐ nota 93), condivisi poi in ogni epoca, per cui le ragazze di borgata sarebbero più spregiudicate, o meglio, meno bigotte delle altre.

Chiariamo comunque un concetto: non è la casa di terra a favorire l’esercizio di certe professioni, ma il dover necessariamente provvedere alla sopravvivenza propria e della propria famiglia, quindi la necessità costringeva a volte ad usare il proprio corpo come una risorsa. La povertà e l’emarginazione sociale a cui spesso erano condannate le donne, trovava nella prostituzione l’unico modo di pagare l’affitto della casa e di non morire di fame.